Gone Girl – L’amore bugiardo (David Fincher)

Gone Girl – L’amore bugiardo (2014)

  • Cast:
    Ben Affleck, Rosamund Pike, Neil Patrick Harris, Tyler Perry, Carrie Coon
  • Regia:
    David Fincher
  • Sceneggiatura:
    Gillian Flynn
  • Fotografia:
    Jeff Cronenweth
  • Scenografie:
    Donald Graham Burt
  • Montaggio:
    Kirk Baxter, Angus Wall
  • Musiche:
    Trent Reznor, Atticus Ross

 

Film d’apertura del New York Film Festival e fuori concorso al Festival di Roma, “Gone Girl” è la trasposizione cinematografica (e fedele, troppo fedele) del romanzo di Gyllian Flynn, uscito a giugno 2012. Il regista, David Fincher, è conosciuto al grande pubblico per pellicole come Fight Club, Seven, Millennium e Zodiac. Qui egli si cimenta in un noir cattivo e cinico, che mostra i lati peggiori dell’uomo e della società.

Amy (Rosamund Pike) e Nick (Ben Affleck) Dunne sono, all’apparenza, la coppia perfetta: belli, innamorati, appassionati, brillanti. Si sposano e si amano alla follia, e tutto procede tranquillamente finché la crisi americana non mette in ginocchio anche loro. Dopo aver svenduto la loro vecchia casa a New York ed essere stati entrambi licenziati dalle rispettive redazioni, i due giovani si trasferiscono nel Missouri per ricominciare, accontentandosi di vivere nella tranquillità di un posto totalmente anonimo. Proseguono qui la loro vita fino al loro quinto anniversario, ed è proprio quello il giorno in cui comincia la vera e propria narrazione: il matrimonio inizialmente perfetto si è ormai sgretolato, la monotonia è diventata la padrona di casa e la frustrazione è sua fedele compagna. Nessuno dei due è felice, ma nessuno dei due pone fine al matrimonio.
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Qualcosa però sta per cambiare drasticamente: Amy scompare, il giorno dell’anniversario, e tutto ciò che resta dietro di lei è un salotto sottosopra e una cucina sporca di sangue, ripulito alla bell’e meglio. Tuttavia qualcosa non torna, e lo spettatore sa già contro chi puntare il dito. Difatti, la prima metà del film sembra un infinito arrampicarsi sugli specchi che di certo non avrà un lieto fine. Si procede in costante attesa e tensione; si parla di paura, tradimento, violenza, vendetta. Man mano che passano i minuti vi sono sempre più domande, sempre più cose che non tornano. Prontamente il regista fornisce una risposta, ma non è mai bene fidarsi troppo in fretta.
Dopo un’ora di film, infatti, le carte vengono ridistribuite, la partita è di nuovo aperta e lo spettatore non è più tanto sicuro. E’ anche in questa seconda parte del film che vi sono alcune incongruenze e alcuni buchi di trama che potrebbero far storcere il naso a un osservatore attento e che potrebbero portare all’esasperazione la famosa “sospensione dell’incredulità”. Qualcosa, nel ritorno alla realtà, non funziona affatto. Tuttavia la tensione non cala mai e la strada verso la verità non è meno emozionante (e tortuosa) di quella verso l’evidenza. Vi sono colpi di scena, storie incastrate nella storia, trame nella trama, spettacolarizzazione allo stato puro, per arrivare poi a un finale imprevisto, quasi inspiegabile, che lascia lo spettatore in preda a una gran dose di domande e di sdegno.

o-GONE-GIRL-facebook.jpgAndando a fare un paragone con gli altri film diretti da David Fincher, forse questo risulta un po’ sottotono rispetto ad alcuni dei suoi grandi capolavori. Il contesto ricorda quello di The Social Network (altro film diretto da Fincher, uscito però nel 2010) e anche qui i media entrano prepotentemente in scena, spesso influendo in modo decisivo sul corso degli eventi, inquinando la storia e stravolgendo la realtà. Pensare che la critica ai media sia un argomento centrale del film, però, sarebbe un errore: essi non vengono condannati dai personaggi, bensì usati a proprio favore, strumentalizzati al fine di convincere il mondo (e lo spettatore) di ciò che si preferisce.

Gone Girl risulta, inoltre, il più hitchcockiano dei film di Fincher, e non sorprende dunque l’uso del MacGuffin: lo spettatore viene manipolato e guidato dalla falsa linearità di una trama molto semplice, finché il regista non decide di fargli aprire gli occhi e fargli godere lo spettacolo dei personaggi che, invece, rimangono per lo più ignari della verità. Il parallelismo tra la realtà e l’apparenza, il falso e l’immaginazione è un tema molto caro al regista: basti guardare Fight Club (1999) o Zodiac (2007) per notarlo. Anche qui la qualità sembra essere leggermente calata: il cambio di prospettiva avviene in modo brusco e forse troppo guidato, senza che lo spettatore abbia la possibilità di comprendere da solo come stanno le cose. Tutto viene svelato troppo in fretta, in modo troppo dettagliato, e toglie un po’ di sapore al film. Il messaggio che viene inviato però è forte e chiaro, e anche in qualche modo inquietante: la realtà è alla nostra mercé, possiamo decidere noi cosa farla diventare. Come sostiene lo stesso Fincher, abbiamo barattato l’essenza con l’apparenza, e questo film ne è la prova (e la critica) lampante.

Nick ed Amy rappresentano in tutto e per tutto il sabotaggio dell’idea di matrimonio, un’istituzione ormai falsa e di facciata. A un certo punto della narrazione essi non sono più sposi ma conviventi, e di certo la loro non è una convivenza pacifica. Lo coglie e lo spiega senza giri di parole Adriano De Grandis: «È plateale il bisogno di Fincher di scavare nelle personalità sregolate dei suoi personaggi, cogliere in un senso più intimo, se possibile, la solitudine devastante di un’umanità incapace di convivere, se non attraverso la falsità, la violenza, la sfida, il dolore. Ecco perché il suo cinema è così nero, un buio che cattura e ingloba ogni colore, una frattura insanabile, mirabilmente qui catturata dalla fotografia densa e contrastata di Jeff Cronenweth.Gone Girl è un fight club continuo, è una lotta spiazzante, dove le regole del gioco non esistono e se esistono vengono continuamente modificate a proprio piacimento».

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